13 febbraio 2026

World Radio Day 2026: 80 anni di onde che uniscono

Dalla prima trasmissione a oggi, la radio continua a parlare al cuore e a informare il mondo

A seguire riportiamo quattro articoli tratti da L'Osservatore Romano di venerdì 13 febbraio 2026 in occasione del World Radio Day:

 

Era il 13 febbraio del 1946, esattamente 80 anni fa, quando andò in onda la prima trasmissione radiofonica delle Nazioni Unite. Per festeggiarla ufficialmente si è dovuto attendere fino al 2012, quando l’Onu ha istituito il World Radio Day, dopo che la Conferenza generale dell’Unesco ne aveva riconosciuto l’importanza l’anno precedente. La radio, nonostante i presagi di un possibile declino, continua a reinventarsi e ad essere una “vo ce” fondamentale in tutto il mondo. L’Intelligenza artificiale oggi si propone con nuove sfide e opportunità. Se lo scorso secolo è stato dominato dalle frequenze FM, oggi la radio vive una nuova giovinezza grazie al digitale, allo streaming e, come suggerisce il tema del 2026, all’IA. Ma quest’ultima non potrà mai sostituire l’elemento umano, quella “vo ce” che sa parlare al cuore e che continua a informare con professionalità anche nei tanti contesti di crisi nel mondo.

 

Un faro tra le macerie di Gaza

La radio è una voce fondamentale per la popolazione sofferente tra le macerie di Gaza. Una sola emittente riesce al momento a trasmettere in onde FM nella devastazione della Striscia. Si tratta di radio Zaman che, come segnala il portale d’informazione delle Nazioni Unite, ha recentemente ripreso a trasmettere dai suoi uffici parzialmente distrutti durante la guerra.

Seppure tra molte difficoltà e con mezzi tecnici limitati, la sua voce è un faro per molti abitanti stremati dopo oltre due anni di bombe e sfollamenti: può servire a prevenire le malattie, così diffuse nei campi profughi disseminati lungo la Striscia, ma anche a informare sui punti dove poter trovare aiuti e altri servizi essenziali. Le altre 23 stazioni radio locali attive prima della guerra hanno interrotto le trasmissioni a causa del conflitto. «Spero che anche le altre emittenti radio locali potranno riprendere le trasmissioni, permettendo così di riavere concorrenza nel fornire servizi giornalistici per le persone della Striscia Gaza», dichiara al portale UN News il giornalista radiofonico di Zaman FM, Rami Al-Sharafi. 

La ripresa delle trasmissioni di questa emittente arriva in una fase difficile nella quale i media di Gaza ancora affrontano problemi significativi, mentre a livello locale e internazionale si moltiplicano gli appelli a sostenere il giornalismo come parte del più ampio processo di ripresa e di ricostruzione. Radio Zaman trasmette dal quartiere Tel al-Hawa di Gaza City, nonostante la carestia e i cumuli di macerie lungo le strade. Le crepe sui muri segnano le pareti dell’edificio che ospita i pochi giornalisti. E all’interno della redazione gli impiegati scavano tra le macerie affinché la radio possa continuare a trasmettere, mentre dietro di loro campeggiano poster con avvisi sui pericoli degli edifici pericolanti. Ma il caso di radio Zaman non è isolato: nel mese di gennaio anche un’altra emittente radiofonica palestinese, Sawt al-Quds (Voce di Gerusalemme), ha ripreso a trasmettere in digitale dal suo quartiere generale in un edificio danneggiato nel centro di Gaza City, diventato nel corso della guerra un accampamento per sfollati.

La voce delle radio locali è una luce fondamentale per orientarsi nel buio della crisi umanitaria di Gaza, tanto più nelle perduranti incognite che avvolgono il dopo guerra. Gli abitanti della Striscia hanno estremo bisogno di informazioni sulle epidemie in atto, sul deterioramento del sistema scolastico e di altri servizi essenziali. «Dobbiamo fornire informazioni alla popolazione e guidarla per fare luce sui servizi che si sono fermati e su quelli che stanno gradualmente riprendendo», insiste Al-Sharafi, che ogni giorno comunica il dolore e le speranze di un popolo dal suo microfono ricoperto di polvere. Gesti un tempo consuetudinari che assumono oggi un grande valore legato anche alla “missione” dei giornalisti nelle aree di guerra e che sono in qualche modo un tributo ai 259 operatori della comunicazione uccisi nella Striscia dal 7 ottobre 2023.

 

Un’onda libera che arriva nel cuore della guerra (il programma ucraino di Radio Vaticana-Vatican News)

Raccogliere la «testimonianza diretta», «di prima mano», di chi vive la guerra sulla propria pelle tutti i giorni, raccontando al mondo cosa succede in Ucraina, riferendo della «solidarietà» verso il cuore ferito dell’Europa e del «sostegno costante» di Leone XIV, portando «una parola di consolazione, supporto e speranza».

Quando il prossimo 24 febbraio saranno quattro anni dall’invasione su larga scala della Russia all’Ucraina, in una terra che non conosce pace già dal 2014, è questa la missione del programma ucraino di Radio Vaticana-Vatican News, nelle parole del responsabile, padre Tymotey Kotsur, sacerdote dell’ordine basiliano di San Giosafat.

Fin dai primi giorni della guerra, «abbiamo avviato un servizio con tutti i mezzi possibili, via telefono, via internet, via social, per ascoltare le persone», racconta a «L’Osservatore

Romano» padre Kotsur, riportando il lavoro della redazione, composta anche da Svitlana Dukhovych e suor Stefaniya Vandych. «Abbiamo cominciato con gli sfollati che lasciavano zone diventate pericolose, che si spostavano dall’est verso l’ovest, che ci raccontavano delle difficoltà, degli stenti, della paura, ma anche di come venivano accolti. La stessa cosa succedeva con le strutture che hanno iniziato ad aiutare queste persone. Poi sono cominciati la distribuzione degli aiuti umanitari, l’accompagnamento alla sofferenza dei feriti, delle famiglie in lutto. E così oggi: cerchiamo non soltanto di riferire queste storie ma anche di trovare persone che possano dare testimonianza in diverse lingue, in polacco, in italiano, in inglese, condividendole poi con i nostri colleghi» dei media vaticani e internazionali.

Era il 14 dicembre 1939 quando Pio XII decise di avviare la programmazione in ucraino della Radio Vaticana per aiutare la Chiesa locale perseguitata dal comunismo. Dopo 86 anni di attività, e quando la Radio Vaticana ne ha appena celebrati 95, oggi la redazione ucraina dell’emittente della Santa Sede produce programmi radiofonici quotidiani e un servizio liturgico domenicale e festivo, estesi anche al web e ai social. «I sacerdoti cercano di rimanere sul terreno fino a quando è possibile: proprio i servizi radiofonici liturgici diventano allora ancora più importanti nelle zone dove non ci sono più loro, a causa dell’infuriare delle operazioni belliche o nei territori occupati». Zone, queste, peraltro al centro dei recenti negoziati di Abu Dhabi, focalizzatisi pure sulla questione territoriale: il presidente russo Vladimir Putin ha posto come condizione la cessione del Donbass, incluse le aree sotto il controllo di Kyiv, respinta invece dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

«Le persone che rimangono in quelle areepossono ascoltare i nostri programmi in onde corte. È un modo per esserci. In fondo oggi quando i mezzi, quelli moderni come internet, che sembrano facilitare la vita, possono essere bloccati o censurati, l’onda radio arriva liberamente, anche quando ci sono problemi di elettricità». Il padre basiliano ricorda quando già tre anni fa un ascoltatore, Oleksandr, dalla regione di Kyiv testimoniò la crucialità di quel servizio in una terra paralizzata dai frequenti blackout per i ripetuti bombardamenti russi sulle infrastrutture energetiche.

 

Voce di pace e di speranza riscatto per poveri e oppressi (l’esperienza di Radio Don Bosco nella Repubblica Democratica del Congo)

«Chi ascolta Radio Don Bosco? Sono i poveri, la gente che soffre. Che non ha computer, smartphone, televisione e che si affida alle onde dell’etere per sentire chi parla dei loro problemi». E di problemi, la popolazione di Lubumbashi — per ordine di grandezza la terza città della Repubblica Democratica del Congo — non ne ha pochi. Primo fra tutti, la guerra sempre più sanguinosa tra l’esercito regolare ed il gruppo paramilitare ribelle M23 che sta insanguinando soprattutto la provincia del Kivu Nord. Ma non solo. 

«Siamo davvero la voce di chi non ha voce» spiega al nostro giornale don Matthias Amani, salesiano e membro dell’emittente fondata dalla sua congregazione il 15 agosto del 2014 e nata sulle ceneri di un’ altra stazione radiofonica degli anni ‘60. Le onde di Radio Don Bosco superano i confini di Lubumbashi e si spingono anche nelle altre città della provincia dell’Alto Katanga, come Likasi e Kasumbalesa, quest’ultima costruita a pochi passi dal confine con lo Zambia. 

Tra i suoi programmi di punta ce n’è uno che, tradotto dal francese, si intitola “Le strade brontolano” e consiste nel dar spazio agli ascoltatori che denunciano in diretta le cose che non vanno: dai rapimenti delle bande criminali all’acqua che non c’è. «E qualche volta l’autorità ascolta ed interviene andando ad aiutare» rivela don Amani. Lo spirito dell’emittente, in fondo, è quello di essere uno strumento a servizio della comunità che ha tra gli scopi principali quello di educare i giovani che nella Repubblica Democratica del Congo, secondo le più recenti statistiche, rappresentano il 60 per cento della popolazione.

«La nostra emittente non cerca solo di far conoscere la figura di Don Bosco e le opere salesiane ma ha il grande compito di promuovere l’educazione dei ragazzi e delle ragazze. Prima non esisteva una radio con questa finalità: c’erano quelle che si occupavano solo delle vicende dei politici locali». 

Con il tempo, aggiunge don Amani, Radio Don Bosco si è trasformata anche nella voce della Chiesa e non ha certo messo da parte la dimensione sociopolitica che si concretizza in trasmissioni che si occupano della salute collettiva, dei ragazzi di strada, della giustizia e della carità. Ma anche della sicurezza: «Sopratutto a Lubumbashi si ha timore dei rapimenti da parte delle gang che avvengono spesso di notte. Allora, la nostra radio organizza dei dibattiti nei quali si può discutere di come veramente è la situazione. Ovviamente, invitiamo gli esponenti del governo insieme a quelli della società civile ed ai membri dell’opposizione». Discussioni aperte che non vengono mai trasmesse nell’imminenza delle elezioni. «Perché — ci tiene a precisare don Amani — non vogliamo mai entrare in questioni che possono diventare divisive. Noi cerchiamo di dare spazio davvero a tutti».

Di difficoltà, con il potere politico, Radio Don Bosco nel passato ne ha avute, eccome. «Quando non si parla troppo di politica ti lasciano in pace. Altrimenti, se non arrestano qualcuno per portarlo in prigione, ti aumentano le tasse ed il rischio è quello di dover chiudere la radio. Ci sono state tante emittenti che hanno spento i trasmettitori. E anche Radio Don Bosco ha avuto questi problemi». Molte pressioni che però non hanno fatto desistere don Amani e chi lavora con lui da un principio, saldo: quello di continuare ad essere un faro di pace nel mezzo dell’oblio delle violenze del conflitto. «È la nostra missione: dobbiamo pacificare ascoltando e lasciando parlare tutte quelle tribù del nostro popolo che vogliono la pace. Perché siamo tutti congolesi».

Anche se ora don Amani, che si trova a Goma, capoluogo di Kivu Nord ad un passo dall’epicentro del conflitto, per ragioni di prudenza e sicurezza non può raccontare cosa realmente sta accadendo, non smette di informare come può i suoi ascoltatori: «Non posso inviare notizie che trattano del governo però posso parlare di ciò che capita nelle nostre comunità. Ad esempio, quando è scoppiata la guerra abbiamo parlato delle nostre realtà salesiane che abbiamo dovuto chiudere». Del resto, in quella zona incandescente, di informazione libera non ce n’è nemmeno l’ombra. «Da queste parti non ho visto giornalisti in grado di poter informare liberamente su ciò che realmente accade. Purtroppo sono questi i frutti delle guerre».

 

Frequenze d’evasione. Dal carcere all’etere: il potere della radio dietro le sbarre

Raramente ha raccontato il carcere dell’evento occasionale e magari drammatico che viene ripreso dalle testate più ufficiali. Ha puntato sul carcere di ogni giorno, quello che il detenuto vive tra la sua cella, le ore d’aria, il colloquio con i familiari o con gli avvocati. I piccoli e grandi malfunzionamenti, le esperienze virtuose, le buone prassi, le storie di molti compagni che l’istituzione non riesce a intercettare, le opinioni di chi vive dietro le sbarre, le conseguenze di scelte politiche e amministrative e così via. È la radio, lo strumento che si occupa, e preoccupa, più degli altri media di chi vive lo stato di detenzione, il mezzo per eccellenza che è capace di trasmettere dibattiti relativi ai problemi dei ristretti, al futuro reinserimento, alle condizioni di chi è privato della libertà, interviste con avvocati, giudici, sociologi, musica e notizie più vicine al loro mondo.

«Qui Radio Feltham, ecco le notizie: domani spezzatino e broccoli, il riscaldamento inizierà a funzionare presto, due secondini sono andati in pensione». Iniziava così, il 7 settembre 1993, una delle prime edizioni dell’emittente britannica che trasmetteva dal più grande penitenziario minorile d’Europa, il Feltham Young Offenders Institution, alle porte di Londra. Si intuì subito che, almeno tra i giovani, lo strumento avrebbe potuto abbattere la recidiva e soprattutto contenere il numero dei suicidi che, allora, nella struttura di pena della capitale se ne contavano quattro l’anno. Con gli anni le iniziative si sono moltiplicate fino ad ottenere riconoscimenti importanti. Su tutti, quello di Electric Radio, l’emittente curata dai detenuti del penitenziario londinese di Brixton, che nel 2009 trionfò ai prestigiosi Sony Radio Awards, gli “Oscar” della radio dove a contendersi il podio sono normalmente la Bbc e le grandi emittenti commerciali. «In un carcere poco permeabile alle nuove tecnologie la radio resta per le persone private della libertà uno dei maggiori ponti con il mondo esterno» spiega Patrizio Gonnella, presidente dell’Asso ciazione Antigone, conduttore e curatore del programma radiofonico e blog Jailhouse Rock su Radio Popolare. «Un tempo si vietava l’FM. 

Ancora oggi però la radiolina non è data in dotazione a tutti i detenuti. Eppure ciò dovrebbe accadere. Noi mandiamo in onda la voce dei ristretti. Loro curano notiziari e cantano le cover degli artisti di cui ci occupiamo nella trasmissione. Jailhouse Rock ha 15 anni di vita e oltre 500 puntate; capita ancora che qualcuno ci riconosca per strada dalla sola voce. Che emozione. Evviva la radio che fortunatamente ha i tempi lenti della formazione culturale e non quelli frammentati e frenetici dei social».

Per Riccardo Arena, storico conduttore di Radio-Carcere su Radio Radicale, sono tre le parole che sintetizzano l’insegnamento che una rubrica del genere ha regalato alla sua carriera: conoscenza, immedesimazione e appartenenza. «La conoscenza di quei luoghi osceni e insalubri che sono le celle che compongono le galere italiane. Celle dove non c’è spazio né per i corpi né per la speranza. Celle che, così come sono fatte o come vengono utilizzate, non dovrebbero neanche esistere nel nostro ordinamento perché violano la legge dell’ordinamento penitenziario» ripete Arena, aggiungendo che: «Si tratta di celle che contengono tante vite diverse tra loro, esistenze che, invece di ricevere un trattamento individualizzato, restano mischiate e indistinte, come se fossero circondidate dalla nebbia. Celle da cui le persone escono tutti nello stesso modo. Colpevoli o innocenti che siano. Gli occhi nel vuoto, un sacco della spazzatura in mano e ovviamente più disperati di prima, perché una pena crudele è sempre una pena ingiusta. Anzi, non tutti escono così. C’è chi esce prima. Sono quelli che rinunciano a vivere. Come si dice in gergo si fanno una corda, fabbricano un cappio rudimentale con una maglietta o con un lenzuolo e una notte si impiccano nel bagno della cella perché non reggono a quel degrado e a quella disumanità». Arena ribadisce che: «Occuparmi di detenzione con RadioCarcere mi ha insegnato l’immedesimazione nell’altro (valore assai fuori moda). Perché loro e non io? Domandava giustamente Papa Francesco. Ecco, immedesimarsi in chi è stato meno fortunato di noi. Non sentirsi migliore, immune dall’errore, o meglio, dalla galera. Ma anche immedesimarsi in quelle persone che in carcere, oltre alla dignità, vengono private della speranza. 

Una negazione della speranza che dovrebbe interessare tutti noi cittadini perché, come ricordato dal presidente, Sergio Mattarella, crea insicurezza, alimenta l’industria del crimine e allo stesso tempo condanna all’ergastolo, non tanto i corpi delle persone detenute, ma il loro futuro. E il motivo» chiarisce «è tanto semplice quanto grave: oggi la pena scontata in carcere è tempo sospeso e non è, per tante, troppe persone detenute, un’occasione di scelta per un futuro migliore così come prevede la legge». Infine, evidenzia il conduttore: «RadioCarcere mi ha insegnato l’appartenenza. Ovvero, capire che in una democrazia fondata sullo Stato di Diritto tutto si lega e tutto si armonizza. Non ci sono mondi separati, non ci sono luoghi da tenere nascosti, non ci sono istituzioni estranee ai cittadini e non ci dovrebbero essere, almeno in teoria, cittadini estranei alle istituzioni soprattutto a quelle periferiche. 

Ospedali, scuole, centri per l’impiego e, ovviamente, le carceri. Sì le carceri sparse per l’Italia, dove singole persone, sia i custodi che i custoditi, subiscono lo stesso degrado». Ma i veri protagonisti sono, e continuano ad essere loro, i ristretti: «Ricordo con profonda emozione l’esperienza vissuta nel carcere di Paliano con l’arrivo di Radio Vaticana e il progetto Il Vangelo dentro» racconta Ciro Pianese, ex detenuto nell’Istituto del frusinate e uno dei più attivi collaboratori delle trasmissioni radiofoniche dell’emittente pontificia. 

«Ricordo ancora Suor Rita Del Grosso che, in accordo con Nadia Cersosimo, allora direttrice della casa di reclusione, ci annunciò il progetto: la lettura e il commento del Vangelo seguiti da un’intervista radiofonica che, in stretta relazione a quanto letto, ci poneva alcune domande. L’idea che la mia voce potesse uscire fuori da quelle mura così alte mi intimoriva» continua Pianese. «Sembrava quasi surreale e inimmaginabile. La voce fuori era come un segno di vittoria, di orgoglio. La mia voce oggi non avrà confini pensavo. La radio, ascoltata ovunque, avrebbe dato a me e ai miei compagni la possibilità di esprimere liberamente il nostro pensiero in linea con quanto letto, liberi da interruzioni, giudizi e pregiudizi. La voce tremolante divenne sempre più ferma e convinta di ciò che dicevo ed esprimevo. Sono certo che quel progetto sia stato frutto di una grande esperienza fatta di empatia, rispetto e amore, al pari del progetto I Cellanti (altro programma della Radio Vaticana, ndr). In quest’ultimo — prosegue — potevamo sentirci liberi di un confronto con il giornalista conduttore. Personalmente, negli incontri successivi, il contesto era talmente bello e l’attesa di partecipare al progetto così forte che non vedevi più il microfono: stavi conversando con un amico. Questo progetto, insieme ad altri di uguale misura e scopo, mi ha condotto in un viaggio introspettivo denso e pieno di emozioni, verso un miglioramento radicale circondato da amore e fiducia». Pianese poi racconta cosa ha rappresentato quell’esperienza nella sua vita una volta ottenuta la libertà. «Nel tempo ho ripreso gli studi, mi sono laureato e oggi sono impiegato presso una nota azienda. Rifarei altre mille volte quelle esperienze con la radio e con le stesse persone, non cambierei nulla. La radio mi ha tenuto compagnia nelle celle più isolate per mesi, mi dava speranza in qualcosa di migliore e mi portava fuori da quel recinto fatto di mura e grate, per poi nel futuro riservarmi l’emozione di utilizzarla non più solo come momento di ascolto, quindi per arrivare a me dentro le mura, ma come megafono per arrivare al di fuori».