IN VATICANO LA CONFERENZA INTERNAZIONALE SUL GIORNALISMO DI PACE

Alla vigilia della canonizzazione del Beato Paolo VI e del Beato mons. Óscar Arnulfo Romero, in Vaticano si è tenuta la Conferenza internazionale e il Forum sul giornalismo di pace

Print Mail Pdf

04327_13102018

Cosa è e come si fa il giornalismo di pace.  La Conferenza internazionale, che si è tenuta stamani in Vaticano, organizzata dal Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede in collaborazione con il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale e con SIGNIS, ha offerto esperienze concrete di come si costruisce e si forma al giornalismo di pace. Lo ha fatto portando le testimonianze di quattro persone impegnate concretamente sul campo, come Johan Galtung, che ha creato Transcend International, è riconosciuto come il fondatore dei moderni studi sulla pace ed è stato mediatore in 150 Paesi. Una conferenza seguita, poi, dal lavoro in diversi gruppi proprio per capire più da vicino quali sono le buone pratiche e le sfide del giornalismo di pace.

Ruffini: riallacciare filo con Paolo VI e mons. Romero

Un convegno che ha voluto porsi come un “passaggio di testimone” fra il Messaggio per le Comunicazioni Sociali 2018 di Papa Francesco, dedicato proprio al tema del giornalismo di pace e delle fake news, e il Messaggio per il prossimo anno, che esorta a “non ridurre il concetto di comunità ad un surrogato superficiale”, perché “non c’è community se non c’è comunità”, ha detto nel saluto iniziale il prefetto del Dicastero per la Comunicazione, Paolo Ruffini. In un tempo “pericolosamente tentato dalla radicalizzazione, dalla semplificazione” e che costruisce incessantemente capri espiatori per ridurre “tutto o quasi tutto a un dualismo feroce”, occasioni come questa “servono a risvegliare i significati di quello che siamo, di quello che facciamo”. Richiamandosi a Dietrich Bonhoeffer, Ruffini sottolinea come la pace si coniughi meglio con la giustizia che con la sicurezza, “che non è sempre giusta”, e non lo è quando riduce l’altro ad un nemico da cui difendersi. Infine, citando “Le città invisibili” di Italo Calvino, il prefetto osserva che il giornalismo di pace è proprio quello che dà spazio e riconosce in mezzo all’inferno, ciò che inferno non è. Nel tempo dei social bisogna quindi non trasformare la rete in un luogo dove si perdono le relazioni vere e il dialogo sincero. Occorre quindi ripartire dalla realtà delle persone tutte intere. E la pace, seppure è una cosa difficilissima, è possibile e doverosa. Domani, poi, Paolo VI e mons. Oscar Romero saranno proclamati Santi: riallacciare il filo fra noi e loro è, sottolinea Ruffini, un modo per costruire un giornalismo di pace.

Card. Turkson: tutelare dignità e diritti persone

Ad intervenire anche il cardinale Peter Turkson, che si è richiamato a Paolo VI e al legame decisivo, da lui indicato, fra la pace e lo sviluppo. Il prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ha voluto evidenziare che la non violenza va compresa non solo in termini di disarmo ma implica anche tutelare e rispettare i diritti delle persone altrimenti si finirà sempre per combattere, perché dietro ogni conflitto c’è un problema di dignità trascurata delle persone.  

Galtung: approfondire cosa significa la pace

Partendo da uno dei capisaldi del suo pensiero, la distinzione fra “pace positiva” e “pace negativa”, dove la distinzione è fra un impegno attivo a fare qualcosa oppure no, Johan Galtung prima di tutto chiede ai giornalisti di non essere troppi catturati dalla notizia del giorno, ma proporre anche una sintesi di quanto avvenuto precedentemente. Per Galtung, poi, non c’è contrapposizione fra “giornalismo di pace” e “giornalismo di guerra” , bisogna fare entrambi ma approfondendo cosa significhi la pace, che implica un’azione attiva, perché in genere si sa invece bene cosa sia la violenza.

Ray Sheng-Her: giornalisti come terapeuti sociali

Ray Sheng-Her, direttore della Tzu Chi Foundation, la più grande organizzazione buddista al mondo, ha tracciato una breve sintesi del giornalismo moderno. Il giornalismo di pace deve essere un “giornalismo costruttivo” e cercare non solo di analizzare ma di trovare soluzioni, di sostenere le persone, essere empatici: “i giornalisti – ha detto – possono essere dei terapeuti sociali”.

Bassil: documentare i conflitti in modo costruttivo

A fare della formazione al giornalismo di pace il cuore della propria missione lavorativa, è stata sicuramente Vanessa Bassil, fondatrice e presidente della Media Association for Peace (MAP). Una giovane donna libanese, che è partita dall’organizzazione di incontri per arrivare a fondare un’associazione, la prima in Libano, Nord Africa e Medio Oriente, specializzata su questo tema. Centrale è stato il lavoro con i rifugiati. Sono due milioni in Libano, a causa della guerra in Siria. E proprio nei campi profughi sono state fatte interviste e video per raccontare storie positive di integrazione. La formazione per giornalisti, portata avanti dalla sua organizzazione, è proprio quella di incoraggiare al rispetto dei diritti umani, al dialogo, allo sviluppo sostenibile. Una formazione che punta a far documentare i conflitto in modo costruttivo, diffondendo una cultura della pace.

Autore: Debora Donnini-Città del Vaticano